Mirabassi/Renzetti/Taufic – Agreste

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Agreste  è  il  secondo  lavoro  del  trio  Mirabassi  –  Renzetti  –    Taufic.

Dopo  l’esperienza  di Correnteza, dedicata  alla  musica  sofisticata  e

raffinatissima  di  Jobim,il  percorso    dei  tre  prosegue  risalendo  il  fiume  verso  l’entroterra,  avendo    come  guida  la  suggestione  potente  della  traduzione  portoghese  del  termine:  interior

In  Brasile  lasciarsi  alle  spalle  la  lunghissima  linea  di  costa,  cartolina  da  sogno  tropicale,

successione  infinita  di  spiagge  di  sabbia  candida  costellate  di  palme  e  percorse  con  leggiadria  da  leggendarie  “ragazze  di  Ipanema”  significa  addentrarsi  nel  verde  scuro,  selvaggio    e  impenetrabile  della  mata atlantica fino  a  perdersi  nella  sterminata  distesa  di  steppe  drammaticamente    bruciate  dal  sole  implacabile  del  tropico,  il  grande  sertão,  raccontato  da  Guimaraes  Rosa,  dove  si  consumano  le  vite  secche di  Graciliano  Ramos,  i tristi  tropici di  Levi-Strauss.

E’  riduttivo  pensarlo  come  semplice  luogo  su  una  mappa,  si  tratta  appunto  semplicemente  del    interior,  una  categoria  esistenziale  e  psicologica,  poetica  e  spirituale  più  che  meramente  geografica.

I’umanità  dei  suoi  abitanti  riflette  in  pieno  la  drammaticità  del  ambiente  naturale.  Il  carattere  Caipira (contadino)  è  più  chiuso  di  quello   carioca,  genuino,  sottile,  generoso  quanto  riservato  e  introverso  come  quello  di  chi  si  rapporta  quotidianamente  con  l’asprezza  della  terra.

Figlia  diretta  della  terra  madre  e  matrice  dell’umanità,  l’anima    agreste    è  per  sua  stessa  natura  universale.

È  per  questo  che  stavolta  il  repertorio  del  trio  non  si  limita  esclusivamente  al  Brasile    punto  di  partenza  di  un    itinerario    che  approda  in  Abruzzo,  passando  per  le  nostre  montagne  fino  alla  Sardegna    (  il  disco  vede  la  preziosa  partecipazione  della  grande  cantante  popolare  sarda  Elena  Ledda). I  nostri  tre  musicisti  trattano  questo  materiale  con  lo  stesso  atteggiamento  estetico  imparato  dalla  lunga  convivenza  con  la  musica  Jobiniana,  mettendo  al  centro  della  loro  personalissima  rilettura  di  questi  repertori  i  valori  del  camerismo  e  della  cura  del  suono,  del  rispetto  profondo  per  il  testo  coniugato  con  la  libertà  e  la  propensione  al  dialogo  e  all’ascolto  proprie  della  loro  comune  provenienza  jazzistica.

Agreste  è  il    diario  di  un  viaggio  durato  anni  di  convivenza  musicale  e  non  solo,  alla  ricerca  delle  radici  profonde,  delle  necessità  ultime,  con  i  piedi  nel  fango  rosso  del  Minas  Gerais  e  l’odore  del  mirto  sardo  nel  naso.

Un  viaggio  di  ritorno,  verso  l’interno,  un  viaggio  interiore.

I brani:

Fruta Boa : frutta buona

Elogio dell’amore di lungo corso, paragonato alla frutta matura.
“E’ maturo il nostro amore, non moderno, frutto dei allegria e dolore, cielo e inferno. Già vissuto, convivenza di felicità e pazienza”. Meravigliosa la conclusione: “E’ piccolo, così quotidiano, E’ immenso, non eterno. E’ giocattolo, mistero, la cosa seria più felice di questa vita!”

Romaria : pellegrinaggio

Vero e proprio inno del mondo caipira (una sorta di equivalente Brasiliano della cultura “country americana)
Un uomo perso nei i suoi pensieri a cavallo verso il santuario di Pirapora cerca nella fede il sollievo alla durezza estrema della vita caipira , fatta di sogno e di polvere, di lazo e nodi, di giberne e jilò (una verdura tipica e caratterizzata da un forte sapore amaro).come padre un plebeo, per madre la solitudine, i fratelli persi nella vita in cerca di avventure… “se esiste la fortuna nella vita non lo so, non l’ho mai vista (…) e siccome non so pregare, vorrei solo mostrare a nostra Signora il mio sguardo”.

Morro velho : vecchia collina

Il figlio del padrone (bianco) e quello di un contadino (nero) crescono insieme nella fazenda. E’il compagno povero che racconta in prima persona l’infanzia spensierata dei due amici e l’orgoglio del sentirsi padroni di quelle colline verdi, dei torrenti con le cascate di acqua limpida piene di pesci , le corse felici rincorrendo gli uccelli . Finché un giorno il figlio del padrone parte per studiare nella grande città, lui lo accompagna alla stazione lontana, e con gli occhi tristi l’amico promette che tornerà presto. Al suo ritorno però è un altro, ha gia un nome da dottore e a persino portato la fidanzata da presentare, bella come nemmeno la luna. Adesso nella fazenda è lui che comanda, e il suo vecchio amico ha smesso di giocare, lavora!

Viver na fazenda : vivere nella fazenda

Mi piacciono le strade antiche, le vecchie case, (…) i campi, i prati(…) la pioggia sulle montagne, l’erba bagnata, l’odore della terra, le impronte del bestiame…
Il lungo elenco si chiude con l’accorata preghiera: Vivere nella fazenda, mia Nostra Signora, è l’unico regalo che desidero. Voglio andarmene, portami laggiù.

Cio Da terra : l’estro della terra

Elogio della fertilità della terra in stile canto di lavoro, di chiara ascendenza africana come molta musica del Minas Gerais.
“Macinare il grano ,raccogliere ogni chicco di grano, forgiare nel grano il miracolo del pane e saziarsi di pane.

Tagliare la canna da zucchero, raccogliere il succo della canna, rubare alla canna la dolcezza del miele, ,impiastricciarsi di miele.
Accarezzare la terra, conoscere i desideri della terra, l’estro della terra, la stagione propizia, e fecondare il suolo”.

Disparada : di gran carriera

Manifesto assoluto della canzone politica di protesta e opposizione alla dittatura militare salita al potere in Brasile a seguito del golpe nel 1964.
La violenza e l’ingiustizia della dittatura è paragonata al modo in cui i mandriani trattano il bestiame.
“Prepara il tuo cuore a quello che sto per raccontarti vengo dal sertao e non ti farà piacere .(…) Mandriano per molto tempo, lazo fermo e braccio forte ho condotto tanto bestiame e tanta gente. Andavo avanti come un sogno, come mandriano ero un re. Ma il mondo girava sotto le zampe del mio cavallo e nei sogni che stavo sognando le visioni andavano chiarendosi, finché un giorno mi svegliai… e non ho potuto andare avanti a fare lo spavaldo luogo tenente del padrone di bestiame e gente, perché le bestie si marcano, si recintano, si ferrano, si ingrassano e si uccidono, ma con la gente è differente.(…)Ma il mondo girava sotto le zampe del mio cavallo, e come un giorno ho cavalcato adesso sono cavaliere, lazo fermo e braccio forte di un regno che non ha Re”.

Saci : Saci

Il Saci Pererè é una delle fantasiose creature che popola il folklore Afro – brasiliano. Una specie di folletto di colore, con una gamba sola che indossa un cappuccio rosso e fuma la pipa, al quale si attribuisce la capacità di scomparire provocando mulinelli di aria e di foglie.

La canzone racconta lo stupore, il brivido freddo e la pelle d’oca provocate dall’incontro con il Saci.

 

 

Crediti:

Gabriele Mirabassi Clarinetto, Cristina Renzetti voce, Roberto Taufic chitarra, Elena Ledda voce in Cio da

Prodotto da Michele Palmas per S’Ardmusic

Progetto artistico: Gabriele Mirabassi, Cristina Renzetti e Roberto Taufic
Recordings, editing, mix e mastering: Michele Palmas (S’Ardmusic Studio)
Produzione: S’ardmusic\Egea
Foto: Pierluigi Dessì/ Confinivisivi

Foto artisti: Agostino Mela

Grafica: Gio Piras